Ringrazio Maria Grazia per questa recensione
che ci ha, tra l'altro, dato l'occasione di conoscerci.
Per chi volesse sfogliare un libro di poesia moderna
ma vicina e capibilissima, vi consiglio le sue pagine.
Serena
Recensione de "Il filo rosso del destino" su Il giornalaccio
" L'inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n'è uno, è quello che è già qui, l'inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l'inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all'inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio. "
(Italo Calvino, Le città invisibili, 1972)
Fin dalle prime pagine di questo racconto leggero, la giovanissima autrice Serena Avezza ci scaraventa nell'universo inquieto dell'adolescenza vista attraverso gli occhi di alcuni ragazzi di un liceo torinese, le cui esistenze s'intrecciano in un altalenarsi di gioie e dolori accomunandosi nel tormento per la ricerca dell'amore vero e nelle discussioni infinite sull'esistenza del destino o sul significato autentico della felicità.
Tramite l'uso di un linguaggio molto colloquiale e colorito, la costruzione di metafore che contengono i simboli dell'immaginario adolescenziale - come la mitica moto di Davide con la scritta "46" - e la creazione di un'anagrafica tutta nuova che vede i protagonisti 'ribattezzati' con nomi brevi quanto un soffio o presi a prestito dalle leggende del Blues, la storia si snoda innanzitutto fra due mondi ben distinti: quello maschile e quello femminile, permettendo all'autrice di dar vita alla rappresentazione di modus vivendi ovviamente opposti ed in storica costante lotta.
La Scuola - con tutti i suoi limiti e contraddizioni, interrogazioni a rischio, pallose versioni dal latino e prof che ancora non ricordano i nomi degli studenti - rimane comunque il punto di assoluto riferimento attorno al quale gravita la vita di questi ragazzi, divenendo al contempo il luogo della formazione sentimentale per eccellenza con coppie amicali contrapposte ad altre d'impronta amorosa che si creano per poi disfarsi e rinascere di nuovo.
Pur conducendo delle esistenze apparentemente piene d'interessi e stimoli, le vite dei protagonisti di questo racconto sono pervase da un forte senso di vuoto e solitudine che ognuno di loro tenta disperatamente di sconfiggere, alcuni rifugiandosi nelle chat dove ci si può inventare un alter ego e si può finalmente essere liberi di fingere e mentire scoprendo nuovi, inquietanti lati di sé stessi; altri baccagliando in chiassose discoteche per inebriarsi di fumo e musica e poi sboccare clamorosamente all'alba; altri ancora facendo pericolose scorribande in moto o scivolando per pendii ghiacciati a bordo di una vecchia camera d'aria: il tutto in una sfida feroce verso la morte.
Telefonate interminabili e cascate di messaggi , sigarette fumate a metà, tatuaggi, videogames, Manga, la musica negli auricolari e le classifiche dei ragazzi più belli sono solo il tramite per alleggerire il peso di quel destino il cui filo, come recita il titolo, lega inesorabilmente gli individui fin dalla nascita limitando quindi le loro scelte di vita. Nei retroscena di tutto questo teatro però, traspare una voglia infinita di tenerezza 'dettaglio' che non tutte le famiglie forse riescono più a dare perchè letteralmente schiacciate da situazioni sentimentali traballanti, ritmi di lavoro stressanti e problemi economici non indifferenti, e la Scuola dal canto suo riuscendo a malapena a sopperire ad un'educazione di base, esula dal rapporto umano lasciando in questi ragazzi un senso come di spaesamento che li porta a gesti d'insubordinazione ed atteggiamenti di falsa, pericolosa spavalderia.
Sopravvivono però, miracolosamente, la ricerca dell'amore puro e dell'amicizia vera, e nonostante le bravate da ragazzi dissoluti permane comunque una visione femminile che comporta l'equazione 'donna-casa-mamma' riportandoci a dei canoni familiari molto tradizionali e radicati. Canoni che ritroviamo anche nella descrizione della città: Torino, vista attraverso il parco, le fermate dei tram, i Murazzi e via Garibaldi, ma sempre e comunque sentita come 'una famiglia' protettiva, che nel suo essere così provinciale, con quel suo continuo incontrare per strada gente conosciuta, rassicura e conforta perchè sembra sempre che gli uni sappiam tutto degli altri e di ciò che in definitiva riserverà il futuro. E questa stessa provincialità la si respira nei frequenti 'piemontesismi' sparsi qua e là nel racconto: dalla citazione dei 'cicles' alla definizione di 'barotto'.
Parecchi sono i rimandi al Giovane Holden di Salinger o ai personaggi di Andrea de Carlo: romanzi di formazione che descrivono la fatica del divenire adulti ed il disperato tentativo di sfuggire agli schemi sociali attraverso svariati riti d'iniziazione. Persino Cosimo d'altronde - adolescente d'altri tempi e stanco della vita piena di regole e costrizioni - decide all'improvviso di andare a vivere sugli alberi per non scendere mai più, diventando per sempre un Barone Rampante.
Giunti all'ultima pagina di questo racconto si ha la netta sensazione che, nonostante le ribellioni feroci, l'anticonformismo a tutti i costi, le carriere scolastiche a volte fallimentari e le discussioni vane sull'esistenza del destino, l'autrice riesca comunque a regalarci la visione d'una gioventù portatrice di una profonda nobiltà d'animo, ricca d'una purezza e d'una genuinità disarmante lontana anni luce dalle cronache giornaliere portatrici accanite di violenze gratuite.
"La felicità esiste..." - pensa risoluta Anna - "...basta spiccare il volo!" - cosa non facile per gli adolescenti di ogni tempo e di ogni dove, ma la volontà stessa di affrontare la vita, la caparbietà e la sfrontatezza di volerla cambiare nonostante il destino faccia a volte capolino, rimangono comunque un forte segno di sana vitalità.
Maria Grazia Casagrande
lunedì 24 novembre 2008
Recensione di Maria Grazia
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il filo rosso del destino
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